tu mi cerchi
tu mi cerchi
io ti accerchio
non interrogarmi sul senso addomesticato
delle cose,
mito di paglia
brucio nel cerchio:
so essere
un filo sottile di fumo
tu mi cerchi
tu mi cerchi
io ti accerchio
non interrogarmi sul senso addomesticato
delle cose,
mito di paglia
brucio nel cerchio:
so essere
un filo sottile di fumo
"lavori in corso":
luoghi d'identità perduta
un ping pong ancora
da giocare
dentro la rete rossa da cantiere
il vecchio si tuffava nel qualcosa
del suo bastone
senza altro da fare che guardarne
la punta tramestare
resti di desideri e di pensiero
L'altra sera
con la paura di essere di vetro,
di andare in pezzi,
ho sognato me stessa:
una che non c’è.
stavo dentro una tazza
vuota
senza parole
un foglio pieno di esilio scavava
tra le vene delle parole
non dette
raccoglieva pezzi di qualcosa
senza talento
ma anche il sangue
non c'era
l'altra sera
che unità misteriosa: "l'altra sera"!
un corpo che sta
dentro
un corpo che va
un qualcuno solo a metà
guadare il fiume del senza senso
il venir meno quotidiano di pezzi di “sé’”:
il sé dalle gambe
dalle braccia
dalla pelle,
dal cuore
infine dalla parola
come una perdita di rime
apparire
solo sparendo,
allucinazione e verità,
non sono nulla di ciò che mi circonda
un resoconto
sotto l'epidermide della stranezza:
essere
qualcuno solo a metà
chi non ha uno
spaventapasseri
nel proprio giardino?
io l' ho spogliato
ora è nudo
il cappello per terra
pieno di aromi
e di luce
mi mandava lettere
col pettirosso senza
firmarle
ma io sapevo
che era lui
scriveva:
gira al largo
non farti ghermire
da mani
con dita affusolate come spine
come le mie,
lasciano monconi
d'anima
mentiva
mi ha lasciata
con i suoi
abiti addosso.
la sua bacchetta magica
per il mio
moncone d'anima
Le labbra non si sono
aperte
il silenzio le
ha trasformate:
pietre violente della mente
non aiutano più le mani
ad accarezzare
a comprare fiori
—-
vieni da me, disse il mondo*
perché? - chiesi
per contare gli SMS illimitati
della scheda nuova
(*L Gluck, “Ottobre 3” da “Averno”)
L. Triolo, “Essemmesse” ora in “Sulle Pendici dell’altro”
non si appartiene veramente
che
alla paura di incontrare
se stessi
non ha speranza
l'ombra della rosa
non ha profumo
pettinare sogni
e’ solo un lampo con radici
nel sangue
l'ombra della rosa
incenerisce
guardare dal buco della
serratura
l'attimo di scena cui
Tu che non sai tenere nulla tra le mani
con la scusa che
dentro ci pulsa un cuore
hai trovato un pensiero scombinato
e ti chiedi:
quale “lontano” me ne ha parlato?
e non sai di chi
io sogno
cosa che nessuno sa fare
e venne l'ombra
la grande statua
in lei camminava il mio nome
silenzioso,
senza tempo da perdere
nessuna avarizia in lei mentre,
gonfia di vento,
accarezzava gigli di campo
io la spiavo
"sono io", le dissi
ma non credo se ne sia accorta
chi può dire se
sia mai stata triste:
Il grembiule
Angelina aveva sempre
un grembiule a scacchi bianchi e rossi,
annodato sui fianchi
“per non sporcarsi”
diceva.
Una difesa, piana, liscia:
una pianura
Non ho mai capito bene:
sporcarsi da cosa?
cosa temeva lei
che lavava l’intimo sulla tinozza
di pietra:
mani, limone e sole
di certo il grembiule l’aveva
anche quel giorno
di pallore
appeso con lei
alla trave
la sua pianura di difesa
il suo mistero