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mercoledì 24 maggio 2017

L'URLO

L' URLO

L' urlo mi prese alle spalle, come un brivido. Senza chiedermi permesso
infischiandosene di cose come assenso, volontà.
Come dire: senza alcun consenso informato.
Non vi ero avvezza prima. Mi era stato insegnato a contenermi.
Era questo l'abito di una donna educata, colta, civile. Di una signora insomma.
Le mani sui fianchi non le si addicevano. Sguardi glaciali se del caso,
piccoli movimenti del capo, cenni di disapprovazione. Ma solo cenni, appunto.
Un osservatore attento avrebbe potuto cogliere una impercettibile accelerazione della deglutizione,
un sollevarsi delle sopracciglia se qualcosa non mi garbava.
Dove la tolleranza era di casa non poteva esserci null'altro.
Quando si presentava e, purtroppo negli ultimi tempi accadeva assai sovente, sfogavo la mia contrarietà ascoltando musica. Oppure suonavo il piano con vecchi spartiti, miei fin dalla giovinezza e che maneggiavo con cura quasi maniacale. e più ero contrariata, più suonavo. Erano i tasti, poveretti, a sapere della mia ribellione interiore, della mia furia: i crescendo, i vivace, gli allegri con moto e poi finalmente, gli adagi.
La musica mi prendeva, mi donava il collo di una giraffa: la testa tumultuosa tra le nuvole.
Guardavo i miei spartiti e tolleravo! Avevo la mia valvola di sfogo. Lì ritornavo ad amare

A Giacomo piaceva il gioco di carte, gli piacevano i solitari.
Li faceva dappertutto. in bagno, in cucina, in salotto. Dove capitava. Un mazzo di carte oleoso e sudicio, appiccicoso. Quando non gli riuscivano, faceva saltare le carte in aria, dappertutto. Una sorta, come dire, di vomito metafisico incoercibile .E non le raccoglieva fino alla volta seguente.
Ero sicura che il mazzo non fosse completo da un bel pezzo. Mai ne abbiamo parlato, ma credo lo sapesse anche lui.
Non che questo gli importasse. In fondo le carte stavano a lui come a me gli spartiti.
Gli importava affidare a immagini qualcosa di sé, della sua storia. Era, ho sempre pensato, il modo di scrollarsi di dosso una responsabilità che doveva avvertire profonda e lacerante.
E andava sempre peggiorando.
Aveva perso il lavoro, non aveva più molto da fare e le carte erano le sue compagne. Aveva persino imparato a fare i solitari scoprendole con le dita dei piedi. Le metteva tra l'alluce e il più piccolino. Come ci riuscisse non so proprio. Ma diceva che questo lo aiutava a mettere le cose al loro giusto posto. A mettersele cioè sotto i piedi.
Celebrava in questo modo la vita. Menefreghismo totale.

Quella sera era stranamente allegro. Mi promise che mi avrebbe fatto un grande onore, avrebbe coniugato le nostre due passioni. La mia musica e i suoi solitari.
Gli dedicai un'occhiata in tralice.
Ma mai e poi mai....
Ohhhh, si mise a fare il solitario sui miei spartiti!
Fu allora che urlai, urlai con quanto fiato avevo in gola: Mettiiii giùuuu le tue sudicieeee zampeeee dal mio Mozart!